Cerca nel blog

lunedì 23 gennaio 2012

La Gran Bretagna si avvicina al Kenya


   E' uno dei problemi delle città del XXI° secolo, ora che la città si chiami Leonia o Garbage City o Dandora o Napoli o Parigi poco importa.
    La cittadinanza della metropoli di Brierley Hill nel West Midland, in Inghilterra, dall’estate scorsa ha una vista panoramica simile (anche se è un eufemismo) a quella della località di Dandora a Nairobi in Kenya, famosa per la sua enorme discarica a cielo aperto.
    La montagna di rifiuti domestici e industriali inglesi, tipici del nostro consumismo, sono visibili da lontano un miglio, sorpassando attualmente il livello dei quattro piani degli ultra chic appartamenti residenziali. Appartamenti confinati da ampie cancellate e alle cui spalle riecheggia il consumo sfrenetico.
   I cumuli di rifiuti della Hill non possono essere assolutamente paragonati a quelli della cittadina keniota ma rappresentano un fallimento dell’evoluzione occidentale.
   

sabato 21 gennaio 2012

I numeri a volte confondono e non sono mai giusti

Gli insediamenti informali della città di Buenos Aires (la maggior città dell’Argentina e la nona mega-città del mondo) solitamente sono chiamati villa miserias o semplicemente las villas, una sorta di quartieri di città che nascono senza un progetto, senza norme cittadine, nè  igieniche, nè quelle urbanistiche e spesso le zone ricercate sono  accanto ai quartieri più esclusivi e di lusso. Tutto ciò nasce dall’urgenza delle persone di trovare un rifugio temporaneo.
La prima fase della formazione di una villa miseria è il formarsi di un asentamiento, che tradotto significa "assestamento" e infatti è una fase iniziale per la costuzione di un insieme di casupole di pochi metri quadrati con materiale di facile recupero dal legno alla lamiera, generalmente per una o due stanze, dove vivono famiglie molto numerose. Tali asentamiento sorgono dove c’è un po’ di spazio libero, sottopassaggi, cortili di fabbriche in disuso, zone ferroviarie, vecchie discariche illegali. Successivamente all’asentamiento vi è una sorta di lottizzazione domestica con un piano regolatore cittadino dove vengono costruite le strade e le infrastrutture come la mensa, il centro sociale, i negozi e alla fine le casupole.
In molte zone queste baracche si trasformano in case di mattoni, las villas miserias, che a volte mantengono le stesse dimensioni originarie ma mantengono anche la stessa precarietà sia delle abitazioni che del tessuto della città informale, infatti, tra una casa e l’altra molte volte restano ancora vicoli irregolari e al di fuori della formalità.
I tanti quartieri illegali possono essere alti come un palazzo cittadino e di solito distano poco dal centro vero e proprio della città, come l'insediamento di villa 31 che si sviluppa in una zona confinante col porto di Buenos Aires e una delle stazioni ferroviarie situata su terre pubbliche vicino al centro borghese della città.

lunedì 21 novembre 2011

Un pò di terra d'oltremare

In questo breve articolo vorrei scrivere un pò di Egitto, ma non di certo un Egitto fatto di piramidi e faraoni di Giza o di luci e spiagge di Sharm El Sheikh ma de Il Cairo, aashwa'i e di ...

Nel campo urbanistico-architettonico egiziano, ed in particolare de Il Cairo, quasi la metà della superficie totale degli edifici residenziali privati (46,1%) sono stati costruiti e acquistati su terreni agricoli dove non vi erano piani di suddivisione e dove i permessi di costruzione non erano stati dati. Per questi insediamenti informali su ex terreni agricoli non si può parlare di un' ‘invasione sulla città’, in quanto agli inizi degli anni ’60 tali aree erano zone agricole ai magini della città ‘formale’, ma di ‘illegalità’ si, a causa della suddivisione di terreni edificabili senza permesso.
L’altra metà della superficie totale degli edifici residenziali privati (46,1%) sono aree informali su terreno vacante dello Stato. Questa tipologia di edifici nel tempo ha avuto uno sviluppo informale e illegale in quanto privi di permessi di carta legale. In ogni caso i coloni versano un’affitto simbolico (‘tahkir’) al Dipartimento del Governatorato di Amlak o una tassa di proprietà (‘awayyid’).
Un’altra tipologia di edifici informali è situata nella zona della città storica (4%) de Il Cairo, quest'ultima  presente prima delle espansioni del 1860. Qui si trovano le zone più deteriorate e affollate del tessuto urbano medievale come Darb el Ahmar e El Gamalia, ecc. Sono inclusi gli storici ‘borghi’ come Qait Bey e El Tonsa (contrariamente all’esagerazione giornalistica-mediatica, il fenomeno dell'occupazione nelle tombe come ad El’arafa, La città dei morti, è un fenomeno estremamente raro ad Il Cairo).
Una tipologia in minoranza (poco superiore l'1%) de Il Cairo di edifici informali è situata tra le tasche urbane deteriorate della città, in particolare quelle sviluppate intorno agli inizi del XX  secolo. Zone come Masr el Qadima, Hekr Sakakini in El  Wali e Teraael Towfiqia in Mataria.
In fine una curiosità, il termine aashwa’i è l’unico termine utilizzato ufficialmente per indicare delle aree urbanizzate  pianificate illegalmente e costruite in maniera degradata. Le aree aashwa’i non sono necessariamente delle baraccopoli pur essendo aree informali-illegali, con elevati livelli di sovraffollameno, scarsa accessibilità ad infrastrutture e servizi pubblici, mentre il termine baladi è usato soprattutto per descrivere le aree di residenze di abitanti poveri. 1.  
Fonte:
1.  Sims David, Understanding Slums: Case Studies For The Global Report On Human Settlements - Urban Slums Reports: The Case of Cairo, Egypt-, 2003, pp.04-07.

martedì 22 febbraio 2011

Tra Le Corbusier e Khan

Il XX° secolo ha portato alle città dell’India un’esplosione abitativa e infrastrutturale, con progetti di grandi firme come Le Corbusier a Chandigarh o Louis Isidore Khan ad Ahmedabad1., ma da alcuni decenni le città indiane mancano di un’adeguata pianificazione e di investimenti per il suo sviluppo demografico avuto. L’India è infatti il paese dell’Asia meridionale che ha avuto il più grande sviluppo demografico, abitativo  e infrastrutturale anche se molte città sono prive di veri e propri trasporti pubblici con gravi problemi di congestione. La crescita incontrollata delle città ha condotto al formarsi di bassifondi che siedono gomito a gomito con luccicanti blocchi di uffici, appartamenti di lusso e hotel, come il Renaissance Hotel, l’albergo a cinque stelle situato nel centro di Mumbai sulle rive del lago Powai, con appartamenti e suite su due piani, piscine, quattro ristoranti e bar, biblioteche, sale yoga, terme e sale convegni2. che confinano a pochi metri con abitazioni precarie con coperture fatiscenti (figura a lato).
Il paese possiede una popolazione superiore ad un miliardo3. e anche se il 60% della popolazione vive nelle campagne, più di un quarto di un miliardo vive in città con una crescita annua della popolazione urbana del tre per cento. Il numero di persone che vivono negli insediamenti informali delle città è diminuito negli ultimi due decenni, diminuendo dal 61% degli anni ’90 al 34,8% del 2005, anche se tali insediamenti possiedono una crescita annua del due per cento.
In India gli insediamenti informali vengono definiti con diversi termini a seconda della zona e della città dove essi sorgono, ad esempio gli agglomerati informali urbani nello stato centro-occidentale del Maharashtra vengono definiti  zopadpatti o johpadpatti che significa “una striscia di capanne”4.. In città come Calcutta i bassifondi sono in gran parte semplici aree di alloggiamento inferiori ai 30m2, su un solo piano prive di servizi igienici, impianti idrici, luoghi di cottura, finestre e vengono chiamati bustees5., mentre in città come Delhi, Kanpur, Ahmedabad, vengono chiamati katras, ahatas e chawls rispettivamente6.. Anche se il governo nazionale negli ultimi 10 anni ha ridotto la popolazione dei baraccati ed ha annunciato una mappatura degli zopadpatti con un controllo del territorio, con l’aiuto di immagini satellitari per monitorare la crescita di nuove baraccopoli7., oggi le città indiane sono in condizioni peggiori rispetto a quelle cinesi, unico altro paese ad aver sperimentato processi di urbanizzazione di dimensioni simili, infatti i servizi per la popolazione sono scarsi, il 33% della popolazione non possiede servizi igienici, il 21% non ha una superficie abitabile sufficiente mentre il 10% non ha strutture abitative durevoli 8.9..
Le principali città indiane con una grande popolazione informale sono Mumbai (6,5 milioni), New Delhi (1,9 milioni),  Calcutta (1,5 milioni), Chennai (0,8 milioni) e Nagpur (0,7 milioni)10. ma in generale i bassifondi delle città indiane possiedono in totalte circa 200 mila baracche di cui 5.142 su letti di fiumi, 19.670 lungo ruscelli e canali, 11.604 su pendii e colline, 3.584 su terreni destinati a strade, giardini e terreni specifici per un uso pubblico e il restante in aree urbane.11.


Fonte:
1. Curtis William J. R., L’architettura moderna dal 1900, pp.427-521.
2. Dal sito internet: www.marriott.com/hotels/hotel-photos/bombr-renaissance-mumbai-convention-centre-hotel/
3. United Nations, World Popultion Prospects: The 2008 Revisions, Annex Tables, Table A.1. p. 3.
4. Foreman Jonahtan, Mumbai: On the “Slumdog” Trail, in «Stand Point Magazine» di marzo 2009.
5. Dal sito internet: www.gymnasium-spaichingen.de/bili/india/calcutta.html
6. United Nations for Human Settlements Programme (Un-Habitat), Sharpening the global development agenda, The notion of slums, p.10.
7. Autore assente, New building height limits, satellite eye on new slums, in «Indian Express» del 22 aprile 2010.
8. Dati estratti dal sito internet: www.unhabitat.org/stats/
9. Lamont James, India unprepared for urban migration, in «The Financial Times» del 22 aprile 2010.
10. Paliwal Ankur, Slumming it for real estate, in «Down to Earth» del 15 aprile 2010.
11. Khape Ajay, Civic body eyes another slum rehab project, in «Indian Express» del 23 marzo 2010.

domenica 26 dicembre 2010

Informalità

L’architetto e urbanista messicano Castillo Josè, nonchè docente presso l’Universidad Iberoamericana a Città del Messico e docente di design presso The University of Pennsylvania, sostiene che:

“Per molte persone, l'informalità è sinonimo di illegalità, e quindi tutto ciò che è informale è automaticamente considerato difettoso. Ma non è così semplice. L’informalità comprende gradi di legalità e illegalità. In alcuni casi, potrebbero esserci violazioni normative, in altri, una mancanza di coinvolgimento professionale, e in altri ancora una mancanza di pianificazione.” 1.

L’informalità non è un fenomeno esclusivo del XX° secolo, e neppure dei paesi sottosviluppati, ciò che è notevole è che l'informalità è diventato il modo dominante della città dal XX° secolo. Il punto più alto di urbanizzazione informale è stato probabilmente durante la fine degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, quando ci fu una grande crescita demografica, alte migrazioni, un boom economico e sbagliate politiche abitative urbane.
L’urbanizzazione informale è esattamente l’opposto di quella formale che inizia con un piano urbanistico, poi una delimitazione giuridica di proprietà e infine infrastrutture e servizi necessari per unire l'edificio alla città; l’urbanizzazione informale inizia dalla fine, in primo luogo i coloni costruiscono in maniera informale i loro insediamenti irregolari, poi le infrastrutture e infine si definisce la proprietà.2. Gli insediamenti irregolari sono degli assembramenti più o meno vasti di casupole o baracche costruite per lo più con materiali di recupero, solitamente localizzati alla periferia di grandi agglomerati urbani. Insediamenti di questo tipo si trovano in numerose aree del mondo e le denominazioni locali sono spesso entrate nell’uso per indicare le baraccopoli di una determinata regione geografica, dalle favelas e villas miseria dell’America Latina, agli zopadpatti e bustee dell’Asia, dai baladi e township dell’Africa, alle bidonville e elendsviertel dell’Europa e più in generale agli slum. Esistono ben 50 differenti dizioni per indicare tali insediamenti informali, e comunque non sono da considerarsi sinonimi in quanto ciascuno di essi ha diverse caratteristiche affiancate al luogo d’origine. Le baraccopoli non sono tutte uguali e soprattutto non tutti i suoi abitanti sono poveri come ad esempio i quartieri situati in zone oggetto di interventi di riqualificazione e presso le zone industriali, spesso di piccola scala.

Fonte
1. Furniss Charlie, Keeping it informal: Charlie Furniss visits Chimalhuacan, one of Mexico's more deprived  districts, with architect José Castillo    and hears how informality can help planners create more dynamic urban environments, di aprile  2008.
2. Cfr. Montejano Castillo Milton del 6 maggio 2008, Processes of consolidation and differentiation of informal settlements, capitolo
   1, pp. 2- 40.

sabato 11 settembre 2010

Rocinha non è il più grande slum del mondo

Questa sera stavo leggendo un articolo del 6 settembre 2010  de LA STAMPA dal titolo Rio invita i turisti nelle favelas scritto da Paolo Manzo, e ho notato una frase:

"La Rocinha, lo slum più grande del mondo con 150 mila abitanti"

 
  Ok  la Rocinha a Rio de Janeiro possiede sì una popolazione stimata tra i 150 e i 200 mila abitanti ma secondo altre fonti non è il più grande slum del mondo.
  Si credeva fosse la più vasta favela  del Sud America ma con i suoi 865.032 metri quadri risulta terza come espansione, la prima posizione è occupata dalla favela Fazenda Coqueiro nella zona occidentale con 1.095.094 metri quadri ed il secondo posto è occupato dalla favela Nova Cidade nella zona ovest con i suoi 933.162 metri quadri. 1.
  Il più grande slum del mondo è Neza-Chalco-Itza, a Città del Messico, una fusione di diciotto delegazioni e municipalità nel quadrante sud-orientale della metropoli  (come Nezahualcóyotl, Chimalhuacán e Iztapalapa) e con una popolazione di circa 12,8 milioni di abitanti. 2. 3.
  Mentre lo slum più densamente popolato del mondo è Dharavi a Mumbai in India che possiede circa un milione di abitanti su una superficie di circa 223 ettari. 4. 5.

Fonte:
1. Autore assente, Fazenda Coquiero è a maior favela da cidade, in «O Globo», del 6 febbraio 2009.
2. Barberi Paolo, E’ successo qualcosa alla città. Manuale di antropologia urbana, Donzelli Editore, Roma, 2010, p.40.
3. Davis Mike, Il pianeta degli slum, Feltrinelli, Milano, 2006, p.189.
4. Doflon Rogério, Curvas mais sensuais na Rocinha., del 3 giugno 2010.
5. Da Rin Roberto, Favelas addio? Lula cambia faccia a Rio, «Il sole 24 ore», del 26 gennaio 2010.

martedì 7 settembre 2010

Oggi? Periferie urbane

Per secoli la città è stata il simbolo del progresso, l’affrancamento dalla vita rurale, una liberazione che si manifesta tutt’oggi dai milioni di abitanti delle campagne che si spostano nei centri urbani. Considerando che oggi più della metà della popolazione mondiale vive in aree urbane e circa un miliardo in insediamenti informali, questo blog vuole mostrare una visione degli aspetti simili, ma soprattutto delle differenze, nelle periferie delle città dove spesso viene inglobato l’urbano al rurale, una sorta di periferizzazione del mondo.
Uno degli argomenti attuali, a cui un futuro progettista, un urbanista, un demografo, un antropologo o un sociologo, ma anche un economista cerca di trovare una soluzione, è l’esplorazione teorica delle diversità nelle periferie delle metropoli e delle megalopoli del mondo, quest’ultime presenti soprattutto nel sud del mondo. I nuovi centri dell’urbanistica non sono nelle città come Londra, Vancouver, Washington o Sydney ma nelle periferie, che definiscono la vera realtà delle nuove metropoli del XXI secolo, dove l’ambiente postmoderno cittadino è unito, e talvolta anche fuso, all’ambiente rurale, come dalle periferie latine di Rio de Janeiro a Città del Messico, passando per quelle sterminate asiatiche da Seoul a Mumbai, e ancora quelle arabe da Karachi a Khartoum e infine anche quelle africane da Lusaka a Lagos. Tale frantumazione delle periferie e aggregazione tra urbano e rurale è presente, anche se in minor modo, nei Paesi Sviluppati da Lisbona a New York .Il blog si pone l'obbiettivo di riflette, e far riflettere insieme, sui numerosi squilibri presenti nelle medie e grandi città soprattutto dei Paesi in Via di Sviluppo, ma anche dei Paesi Sviluppati, sia dal punto di vista morfologico del territorio sia del rapporto tra il territorio e le forme delle città.